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Viaggiando s’impara.

10 luglio 2021

Tiny House
Oakland, CA
Ore 16:48

Cari amici,

che bello tornare a scrivervi! Mi sembra sia passata una vita dall’ultima lettera e invece l’ho spedita solo due settimane fa.

So di essere fastidiosamente ripetitiva, ma sono successe un’infinità di cose. Non credo di riuscire a condensare tutto in queste pagine, quindi aspettatevi una carrellata di lettere nei prossimi giorni!

Da dove cominciare, dunque? Direi dal viaggio, dal nostro ultimo viaggio.

È iniziato domenica 27 giugno, quando dalla nostra piccola Tiny House siamo partiti con una macchina carica al punto che mi sono chiesta se non avessimo deciso di traslocare senza che me ne rendessi conto. Bagagliaio straripante, sedili posteriori invasi da oggetti, zaini, giacche & co, sedili anteriori occupati da noi e da millemila ammennicoli: cavetti per i cellulari? Presi! Cassa per sentire musica/podcast/audiolibri? Presa! Acqua? Presa! Occhiali da sole? Presi! Cuscino per pisolino? Preso! Bene, si parte.

I primi due giorni li abbiamo praticamente passati seduti in macchina o sdraiati in un letto distrutti dalla stanchezza. Abbiamo viaggiato per circa 9 ore ogni giorno, percorrendo circa 880 chilometri ogni giorno, passando per almeno 2 stati diversi ogni giorno.

Siamo partiti, come sempre, dalla fantastica bolla in cui viviamo, la Bay Area, e percorrendo l’Interstate 5 che porta verso nord, ho provato per un attimo una sensazione familiare, conosciuta. Una sorta di noia preventiva che solitamente mi attanaglia quando, da Roma, imbocco l’A24 in direzione nord. Una noia che nasce dal fatto che quella strada l’ho fatta così tante volte che non mi sa più di viaggio, ma piuttosto di casa; è come se, nonostante sia ben oltre il GRA (quell’anello autostradale che idealmente segna i confini geografici di Roma), faccia parte ancora del groviglio di strade, semafori, rotonde e uscite in cui mi sento a casa, il vero viaggio inizia quando smetto di riconoscere ogni centimetro di paesaggio, quando Roma è solo un ricordo alle spalle, dopo il casello và. Ecco, forse è anche perché da piccola i miei mi facevano mettere la radio a palla solo “dopo il casello”, come se il viaggio iniziasse da lì e non prima. O forse perché cantavo a squarciagola senza sosta qualsiasi canzone venisse trasmessa e loro cercavano semplicemente di ritardare il più possibile l’inizio del disastro, sperando che tra casa e il casello mi sarei scordata di voler sentire la musica o, che so, magari mi sarei addirittura addormentata.

Comunque, tornando a noi, è stato strano e mi ha fatta sorridere provare di nuovo quella noia preventiva, questa volta su un’autostrada diversa, così lontana da casa.

Il primo giorno abbiamo attraversato, come vi dicevo, la California e l’Oregon, siamo passati per chilometri infiniti di deserto e ci siamo fermati sotto al sole, in mezzo al nulla, per immortalare distese immense. Abbiamo costeggiato sconvolti Lake Abert, Oregon, solitamente immenso, quest’anno ridotto a una distesa di terra arida.

Siamo arrivati al nostro motel terrorizzati all’idea di dover andare a dormire senza cena: erano neanche le 20 e tutti i ristoranti avevano già chiuso. OTTIMO.
È venuto in nostro soccorso il fantasmagorico mondo dei supermegagigasupermercati: c’era un Safeway poco distante dal motel, chiudeva alle 23 e vendeva insalatone pronte. Ce la siamo cavata così e, per dirla tutta, ci siamo tornati anche la mattina dopo per fare colazione perché dentro al supermercato c’era pure Starbucks.

Il lunedì siamo passati per l’Idaho. Carino eh, la prima mezz’ora, poi ci si abitua ai silos, ai trattori, ai campi verdeggianti e si inizia a fremere per arrivare a destinazione. Ah già, mica vi ho detto la destinazione, che sciocca!
Siamo andati a trovare i nostri padroni di casa, una specie di famiglia adottiva per noi ormai, che vivono stabilmente a Wilson, Wyoming. Immagino che questi nomi dicano poco a molti di voi quindi sarò più precisa: siamo andati in uno dei grandi stati del West, precisamente uno di quelli in cui si estende il fantomatico, mirabolante, strafamoso Parco Nazionale di Yellowstone! (Sì, quello di Yogi e Boo-boo [eh sì, si scrive così], e anche quello di Paperino Ranger e l’Orso Onofrio [pure lui sì, si chiama ]!!).

Dopo circa 8 ore di macchina scavalliamo finalmente le montagne che separano Idaho e Wyoming e la vista si apre su una vallata stupenda, poco dopo arriviamo a casa. Ci aspetta una cena veloce, qui non si sta a tavola ad libitum come in Italia, ma si mangia e poi ciaociao, ognuno per fatti suoi. Jane (suddetta padrona di casa) però ci tiene a farci vedere qualche sentiero carino da fare nei giorni successivi, nonostante sia stanca e sia passata da un pezzo la sua ORA X per andare a dormire, erano circa le 20:30. ARIOTTIMO.

Altra piccola nota che sicuramente aiuterà a capire il racconto che segue: il Wyoming è praticamente deserto, tutto, tranne l’angolino in alto a sinistra dove si sono concentrate tutte le meraviglie naturalistiche possibili e immaginabili, precisamente in due parchi naturali, quello del Teton (catena montuosa da nome adorabile su cui tornerò a brevissimo*) e quello di Yellowstone (anche qui, nome con storia carina su cui tornerò). Allego mappa per poter avere un’idea più concreta di dove eravamo finiti.

Wilson si trova poco più a sinistra di Jackson.

Ora, in questa vastità di prati, valli, montagne, fiumi, eccetera eccetera, il telefono non prende MAI. Giuro, mai. Immaginate quanto sia stato provvidenziale che Jane avesse un WiFi quando mi è stato chiesto di fare due chiamate su zoom e di mandare tremilacinquecento documenti via mail, il tutto per iniziare finalmente a lavorare una volta rientrata dal viaggio. Dopo un primo momento di panico e infiniti altri di ansia mista a felicità e trepidazione, organizzo il tutto e, finalmente, ci mettiamo in macchina per andare a camminare un po’ nel parco del Teton. Avevamo scelto uno dei tanti sentieri suggeriti da Jane, un percorso ad anello che ci avrebbe portati verso un laghetto minuscolo proprio sotto una delle tre cime più alte della catena del Teton.

*Dobbiamo ringraziare la fervida immaginazione di alcuni esploratori francesi per il nome Teton: arrivando da nord la catena gli parve simile al profilo di tre seni e così la chiamarono les trois tétons, abbreviato dagli aridi posteri come Tetons. Grand Teton è la cima più alta della catena.

Fatto sta che, come ogni cosa in America, anche questo parco è di dimensioni considerevoli e ha dei parcheggi lungo la strada che lo attraversa. Arriviamo al parcheggio vicino al sentiero scelto verso le 9:15 ed era già tutto pieno, maledetti americani che si svegliano alle 5. Ci resta poco da fare, continuiamo più avanti illudendoci che troveremo qualche posto dove fermarci e da dove poter fare qualche altra passeggiata. Cammina, cammina, cammina (sempre in macchina ovviamente) finisce che ci giriamo l’intero parco in auto e ci fermiamo giusto per fare qualche foto e per fare pause brevi ma indispensabili non impazzire totalmente: il terzo giorno di macchina non era affatto previsto. ARIARIOTTIMO.

Per fortuna il parco è incredibilmente bello e questo ci basta.
La sera, sempre a casa di Jane, ci aspetta un’altra piccola gioia: le ribs cotte sul barbecue, ricetta speciale della padrona di casa.

Finalmente mercoledì partiamo alla volta di Yellowstone. Dovete scusarmi, però, perché ve ne parlerò in un’altra lettera. C’è troppo da dire. Facciamo quindi un piccolo fast forward e arriviamo a sabato mattina.
Siamo di nuovo a Wilson e ci svegliamo prestissimo per andare, con Jane, a fare un po’ di trekking, finalmente!
Una mezz’ora di macchina non ce la leva nessuno ma, per fortuna, questa volta troviamo parcheggio subito. Siamo su uno dei laghi del parco e il nostro percorso inizia sulla sponda opposta, ci imbarchiamo sull’unico motoscafo che fa continuamente avanti e indietro, e iniziamo la camminata. Prendiamo un sentiero laterale che tira immediatamente in salita, non incontriamo quasi nessuno e Jane ci racconta del suo passato da ranger. Me la immagino benissimo con il cappellone e i pantaloncini beige, la prima ranger donna del Teton National Park. Aveva iniziato nell’ufficio che rilasciava permessi per campeggiare e per pescare liberamente all’interno del parco, e ogni 4 giorni di lavoro in ufficio tutti gli impiegati come lei erano tenuti a prendersi un’intera giornata di trekking, per esplorare via via tutti i sentieri e le zone del parco, in modo da poter dare informazioni e permessi con cognizione di causa. Dopo un anno lei era l’impiegata che aveva percorso più chilometri in assoluto e le offrirono un posto come ranger. Era un lavoro solitario, molto, ma era ciò di cui aveva bisogno all’epoca e a giudicare dal modo in cui le sorride lo sguardo, è un lavoro che l’ha resa molto felice.

La camminata è rigenerante in quel modo assurdo che solo la montagna riesce a trasmettermi. Le cime aspre che si stagliano sopra di noi ricordano moltissimo le Dolomiti, con il bosco, i ruscelli, gli alberi sempre più radi, un fiume di gente all’improvviso che ti fa capire di essere arrivato alla parte “cool” del sentiero. Manca il rosa pazzesco, ma su tutto il resto ci siamo! Ci fermiamo a mangiare il pranzo al sacco con i piedi nell’acqua gelida del ruscello e poi ci incamminiamo di nuovo verso il molo, al ritorno però facciamo il giro del lago e arriviamo a piedi fino alla macchina. Stanchi, distrutti e felici torniamo verso casa a prepararci per l’ultima, favolosa cena: bbq con bistecche di bisonte**.
**No, per fortuna non sono più una specie a rischio di estinzione, sebbene il genere umano ci abbia provato con una caparbietà da far paura a cavallo tra ‘800 e ‘900.

Bene, arriviamo quindi a domenica, il 4 luglio. Inizialmente i piani erano di restare a Wilson anche domenica e ripartire per casa lunedì, in modo da festeggiare l’Indipendence Day con Jane e gli altri, ma ci è toccato rivedere i piani proprio per la questione lavoro di cui vi dicevo prima. Posso dire che alla fine è andata alla grande lo stesso?
In realtà, forse, è stato pure meglio. Il 4 luglio, almeno dalle nostre parti e per le persone che abbiamo conosciuto e incontrato noi, non è che sia poi così sentita come festa. È più che altro un’occasione per fare l’ennesimo barbecue, che comunque qua si fa regolarmente una o due volte a settimana, per stare con gli amici e bere un po’ di più. Una specie di pasquetta, 25 aprile o 1 maggio ecco, però meno solenne, meno ingombrante.

Noi, invece, il nostro primo 4 luglio l’abbiamo passato vivendo, in maniera totalmente non voluta e casuale, alcuni dei più grandi cliché sull’America.
Procedo in ordine cronologico, con tanto di dettagli fotografici:

  1. Abbiamo viaggiato on the road per tornare verso casa.

2. Ci siamo fatti foto sceme in un posto pazzesco. Quale? Le distese di sale intorno a Salt Lake City, ci siamo arrivati uscendo da una tempesta assurda, ce le siamo trovate davanti così, senza preavviso. Distese di un bianco accecante, in foto le scambierei tranquillamente per una distesa innevata o ghiacciata, al più, ma mai penserei al sale.

3. Siamo andati, per la prima volta, da Walmart e, entrati per comprare “giusto una cosa per cena”, siamo usciti con uno scontrino da 95$.

4. Abbiamo dormito in un motel, che aveva anche il casinò.

5. Dopo cena ci siamo seduti sul cofano della macchina con il naso all’insù a guardare i fuochi d’artificio.

Alla fine siamo tornati a casa, stanchi, forse più di quando siamo partiti, ma felicissimi. Abbiamo promesso a noi stessi e a Jane che andremo a trovarla più spesso, perché la montagna ci dà una carica di energia e benessere impagabili.

Ora è sabato sera, sono passati già alcuni giorni e sono stati incredibilmente intensi anche quelli. Spero di riuscire a scrivervi di nuovo presto, le prossime settimane si preannunciano incasinatissime, ma mi siete mancati troppo quindi sono sicura che troverò il tempo e il modo di sedermi di nuovo al pc, con calma.

Vi abbraccio,

Bi

2 risposte su “Viaggiando s’impara.”

Ho adorato la vostra giornata del 4 luglio: arrivata alla parte del motel con casinò, ho riso tantissimo! Anche se sono poco team montagna, leggere di questo viaggio mi è piaciuto molto. Sento che siete stati bene e felici. Non vedo l’ora di saperne di più sulla casa di Yogi e Boo-Boo!

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